In meccanica quantistica l'osservazione è a tutti gli effetti "speciale" e questo fatto ha alimentato l'ipotesi che sia proprio la coscienza ad avere un ruolo chiave nel collasso della funzione d'onda... ma poi invece "non ci si fida" della strada della coscienza e quindi si cerca di spiegare il collasso della funziona d'onda con la decoerenza, cioè con quel processo fisico attraverso il quale un sistema quantistico perde le sue proprietà peculiari a causa dell'interazione con l'ambiente esterno (come per esempio la sovrapposizione), ma poi di nuovo ci si chiede perché "facendo l'osservazione" il risultato è un solo singolo esito e si pensa di nuovo alla coscienza... e così via...
Dato che io non sono un "fisico di professione" posso permettermi di lasciare andare la fantasia e quindi ecco alcune ipotesi (cercherò comunque di non perdere troppo il contatto con quello che è la fisica di oggi... forse...).
Prima ipotesi: la coscienza potrebbe essere un processo "predittivo".
Potrebbe essere che la coscienza sia un "dispositivo fisico che fa predizioni" e che vive solo dentro certe "sezioni" stabili della realtà, cioè quelle che sono state già rese robuste dalla decoerenza.
Con questa ipotesi il ragionamento potrebbe essere questo: è un fatto certo che un sistema cosciente non può registrare tutto perché se lo facesse crollerebbe sotto il peso enorme delle enormi informazioni, e quindi diventa altrettanto certo che la nostra mente dovrà per forza "selezionare" le informazioni (diciamo anche scartando il rumore). Ora, è risaputo che anche la decoerenza in fisica fa qualcosa di vagamente simile, ovvero "seleziona" le basi stabili (quelli che vengono chiamati pointer states) dato che sappiamo che è l'ambiente che distrugge le interferenze tra tutte le alternative macroscopiche (ed ecco perché gli oggetti macroscopici della nostra vita quotidiana non si comportano come particelle quantistiche), e quindi in questa visione il "presente" non è un istante "metafisico" ma è invece una "finestra" in cui il nostro cervello integra quei dati che sono "abbastanza coerenti" da costruire una realtà e quindi potremmo anche dire che non è la coscienza a creare l'esito ma che è invece "l'arte di vivere l'esito" che l'universo rende ripetibile.
Seconda ipotesi: la coscienza è l'unica "forma vissuta" tra tutte quelle possibili prospettate.
In alcune interpretazioni (quella relazionale, quella bayesiana, ecc.) lo stato quantistico non è una proprietà assoluta ma una proprietà relativa di un insieme di interazioni. L'osservatore non è "una entità pensante" ma un semplice sistema fisico che interagisce con un altro sistema fisico. Qualcosa però continua a suggerire che la realtà nasce nella relazione tra l'osservato e l'osservatore: cioè se ipotizzaimo che il "sé" cosciente è un sistema che costruisce una "certa prospettiva" e la mantiene nel tempo tramite la memoria, allora il mondo non è "indeterminato" fino a ché non arriva una mente pensante, ovvero, il mondo è un tessuto di relazioni e la coscienza è un modo auto-referenziale di stare in quel tessuto, cioè di tracciare un "taglio" coerente dentro la rete di correlazioni.
Ovviamente questa ipotesi è molto filosofica ma potrebbe restare scientificamente sensata se la si guarda in questo modo: la coscienza non è la forza che modifica le equazioni ma è il fenomeno legato al fatto che alcuni sistemi diventano "centri di prospettiva" stabili. Il collasso in questo caso è il nome che diamo al passaggio da una definizione globale a una definizione relativa di un sottosistema che registra l'esito.
Terza ipotesi: la coscienza e il tempo come post-selezione, con il vincolo della retrocausalità debole con il "presente".
Ci possiamo chiedere: perché l'esito "accade" proprio in quel "momento" specifico? Nella fisica standard non c'è la retrocausalità ma esistono alcuni formalismi in cui gli stati possono essere descritti anche con vincoli che arrivano "dal futuro" ovvero visti come un modo alternativo di "riorganizzare" le probabilità.
Questa è ovviamente una ipotesi piuttosto estrema, cioè, la coscienza potrebbe essere un processo che seleziona storie "compatibili" con i vincoli passati e i vincoli futuri. Questo non perché il futuro sia già stato scritto ma perché lo possiamo vedere come un qualcosa di cosciente che vive di moltissime e continue previsione. In questo senso il cervello potrebbe essere la macchina che minimizza l'aspettativa, crea un futuro atteso e di conseguenza aggiorna il presente per non contraddire il futuro.
In questa ipotesi il "presente" diventa il punto finale tra la memoria e la predizione. La meccanica quantistica in questo caso diventa una "metafora controllata" e questo non per dire che il cervello "sceglie" gli universi ma per suggerire che è "l'esperienza" che potrebbe essere il modo in cui questo sistema gestisce una serie di possibili interpretazioni del mondo stabilizzandone poi alla fine solo una.
Quarta ipotesi (ancora più estrema): la "proto-esperienza" come proprietà fondamentale della materia.
Se la fisica descrive le relazioni e la coscienza è l'esperienza allora forse l'esperienza non emerge dal nulla, forse è una proprietà diffusa, rudimentale (quella che si dice "proto-fenomenologica") che si organizza in forme complesse solo in certi sistemi (cervelli, reti, ...).
Scientificamente questa ipotesi non è verificata ma può essere resa meno "mistica" se la si aggancia al criterio che non "tutta la materia è cosciente", ma che "certi tipi di integrazione informazionale" corrispondono solo a "certi tipi particolari di interiorità". Il salto dalla poesia alla scienza avviene quando si specificano le misure, le condizioni o le previsioni, o quando si dichiara che cosa dovrebbe cambiare (o non cambiare) se l'ipotesi risulta invece falsa, altrimenti rimane solo... poesia.
In generale ci si potrebbe chiedere:
Esistono nel cervello fenomeni quantistici (coerenze, correlazioni) su tempi e scale compatibili con il funzionamento neurale? Oppure la decoerenza li distrugge rapidamente?
Si potrebbe dire che se le ipotesi quantistiche della coscienza fossero vere, dovrebbero produrre delle firme specifiche (cioè per esempio la sensibilità anomala a rumore quantistico, o le dipendenze particolari da temperatura/isolamento/struttura molecolare, ...) però se la coscienza è sia "classica" che contemporaneamente anche "relazionale/informazionale", ci si può chiedere se sarà possibile allora misurare in modo preciso come emergono le unità di esperienza dalla dinamica di integrazione e predizione?
Il punto allora diventa questo: forse l'enigma non sta nella particella e non sta nell'osservatore, ma sta nel loro incontro!
La versione più filosofica di questa idea è: la realtà non è un catalogo di cose, ma un tessuto di relazioni e la coscienza non è una lampada che illumina il mondo, ma un modo in cui il tessuto diventa "sentito dall'interno". Ma se questo è vero allora la domanda non è più se è la coscienza che collassa la funzione d'onda, ma piuttosto quale è il tipo di organizzazione fisica che rende inevitabile che esista un punto di vista!
Alla fine direi che la quantistica e la coscienza non si incontrano in una regola, ma piuttosto che entrambe ci dicono che la realtà non è una cosa sola finché non esiste una relazione capace di sostenerla e la relazione quando si chiude su se stessa abbastanza a lungo smette di essere solo un fatto fisico e diventa esperienza.