Immaginiamo per un momento il mondo descritto nel libro "Flatlandia", un mondo perfettamente bidimensionale abitato da esseri che conoscono solo lunghezza e larghezza. Per loro non esiste nè il "sopra" né il "sotto" e gni movimento possibile avviene lungo la superficie, ogni distanza è misurata dentro il piano, ogni incontro deve rispettare le leggi di quel mondo e quindi per andare da un punto A a un punto B bisogna chiaramente attraversare lo spazio che separa A da B.
Poi arriva un essere tridimensionale.
Per lui il mondo di Flatlandia è interamente visibile, non deve "entrare" nel piano per vedere cosa accade perché lo guarda dall'alto nella sua totalità e può toccare due punti lontani del piano con due dita (una di una mano e una dell'altra) e agli abitanti di Flatlandia quei due contatti apparirebbero ovviamente come due eventi separati, come due aperture improvvise, come due "buchi" nel loro spazio. Eppure dal punto di vista tridimensionale quei due punti sono collegati da un solo gesto, da due mani della stessa persona e potremmo dire "dalla stessa realtà superiore". Quelllo che per il mondo bidimensionale sono eventi distanti per il mondo tridimensionale possono essere lo stesso evento.
Questa immagine è potente perché non richiede la teoria delle stringhe, non richiede Calabi-Yau o le dimensioni compattificate, ma nasce da una semplice intuizione geometrica perché una dimensione in più può trasformare radicalmente il significato di distanza, di separazione e soprattutto quella della comunicazione.
Trasferiamo questa intuizione all'interno del nostro cervello: abbiamo che i microtubuli sono minuscole strutture cilindriche presenti nelle cellule (anche nei neuroni), in biologia sono i componenti del citoscheletro che organizzano, sostengono e guidano i trasporti intracellulari e partecipano alla dinamica della cellula. Ci sono ricercatori che hanno ipotizzato che potrebbero essere delle strutture capaci di sostenere processi vibrazionali coerenti e persino quantistici.
Possiamo quindi fare una bellissima considerazione: se gli abitanti di un mondo a due dimensioni non possono comprendere il collegamento tra due punti realizzato attraverso la terza dimensione, noi che siamo abitanti di un mondo "apparentemente" tridimensionale potremmo quindi non comprendere i collegamenti che avvengono attraverso una quarta dimensione spaziale. In questo caso non parliamo del tempo come quarta dimensione relativistica ma parliamo di una quarta direzione spaziale non percepibile direttamente ma capace di mettere in collegamento quello che per noi appare lontano.
In questa ipotesi i microtubuli potrebbero essere immaginati come strutture sensibili non soltanto alle relazioni locali del nostro spazio tridimensionale ma anche a una geometria più ampia. Non comunicherebbero "magicamente" a distanza e non invierebbero segnali più veloci della luce ma piuttosto potrebbero essere parte di una struttura più estesa che noi dal nostro punto di vista tridimensionale vediamo solo come "frammentata".
Dato che le due dita dell'essere tridimensionale appaiono agli abitanti di Flatlandia come due punti separati, così due microtubuli potrebbero in una geometria superiore appartenere a una stessa continuità e noi vedremmo due strutture lontane separate mentre "quadridimensionalmente" invece potrebbero essere più vicine di quanto appaiano, due "buchi" nel nostro piano percettivo collegati altrove e direttamente collegati.
Nella nostra realtà si possono osservare i neuroni, i dendriti, gli assoni, le sinapsi e i microtubuli. Si possono misurare le distanze, i tempi di conduzione, i segnali elettrici e le trasmissioni chimiche. Tutto questo noi lo facciamo quotidianamente per esempio per certi esami clinici. Ma forse queste potrebbero essere solo la proiezione tridimensionale di una struttura ben più ricca, così come un cubo che attraversa Flatlandia apparirebbe ai suoi abitanti come una sequenza mutevole di figure piane, così una struttura quadridimensionale potrebbe apparire a noi come una rete dinamica di eventi separati. In questa visione i microtubuli diventano candidati a una funzione particolare: non semplici tubi cellulari ma "punti di contatto" tra la geometria ordinaria e una geometria più ampia.
Una domanda può essere: perché proprio i microtubuli?
E la risposta può essere: perché hanno forma ordinata, ripetitiva e cilindrica, e perché sono distribuiti in modo capillare, ma anche perché vivono dentro cellule nervose che già lavorano sul confine tra l'informazione, la forma e il tempo, e sembrano strutture capaci di trasformare la geometria statica in dinamica. Un microtubulo visto così potrebbe essere una soglia e potrebbe rappresentare un punto in cui "l'altrove geometrico" lascia una impronta locale come il dito dell'essere tridimensionale che tocca il mondo di Flatlandia mentre l'abitante bidimensionale vede solo un cerchio che appare ma non vede la mano.
Forse anche noi vediamo solo il cerchio, forse lo vediamo come attività neurale, come trasmissione sinaptica, come campi elettrici o come dinamiche cellulari, se esistesse una dimensione spaziale ulteriore alcune correlazioni potrebbero non essere generate nel nostro spazio ma solo manifestarsi qui. Sarebbero eventi locali per noi ma aspetti di una una geometria superiore più ampia.
E se la applichiamo alla coscienza questa idea potrebbe diventare ancora più interessante: la coscienza potrebbe non essere semplicemente "prodotta" da singoli neuroni, né localizzata un punti del cervello ma potrebbe invece essere il modo in cui una nostra rete tridimensionale percepisce dall'interno una coerenza che ha radici in una struttura più ampia. In altre parole: ciò che chiamiamo esperienza potrebbe essere la proiezione interna di una connessione che nella nostra geometria appare distribuita in molti singole manifestazioni, ma che in una dimensione ulteriore potrebbe essere anche solo un singolo evento/oggetto.
Come in Flatlandia due punti separati del piano possono essere toccati dalla stessa mano, nel cervello due microtubuli potrebbero essere intersezioni tridimensionali di una stessa struttura quadridimensionale, e potrebbe anche essere che due (o una serie di) microtubuli in due cervelli diversi (ovvero in due persone distinte) potrebbero essere realmente "collegati" (pensiamo a certi comportamenti dei gemelli omozigoti...).
Naturalmente tutto questo non è una teoria scientifica stabilita perché non c'è la prova di una quarta dimensione spaziale accessibile alla biologia e per ora non ci sono ancora prove che i microtubuli comunichino attraverso dimensioni superiori. Ma la scienza è fatta prima di tutto da domande e poi da successive ipotesi e non dobbiamo aver paura a formulare ipotesi perché questa è l'unica strada per poter avanzare nella conoscenza del mondo dove viviamo.
Nel mondo bidimensionale di Flatlandia il quadrato non può immaginare la sfera ma può incontrarne le sezioni e quindi allo stesso modo noi potremmo non immaginare una struttura quadridimensionale ma potremmo incontrarne le sezioni biologiche. E forse ogni microtubulo potrebbe essere una di queste sezioni: la coscienza come superficie attraversata da una dimensione che non sappiamo vedere. Un abitante di Flatlandia davanti a due cerchi che appaiono improvvisamente in punti lontani del suo mondo potrebbe pensare a un miracolo e solo l'essere tridimensionale saprebbe invece che non è un miracolo ma sono due tita di una mano, e quindi allo stesso modo quello che noi chiamiamo "integrazione cosciente" potrebbe apparirci misterioso perché lo osserviamo da dentro il piano, vediamo cioè i punti e non la mano, vediamo i "correlati neurali" e non necessariamente la geometria completa che li rende parte dello stesso gesto.
La versione più estrema di queste ipotesi potrebbe essere che la coscienza non sarebbe un "oggetto" dentro il cervello ma il modo in cui una struttura tridimensionale viene attraversata da una continuità più ampia e i microtubuli sono i punti di contatto.
L'esperienza quindi potrebbe essere quello che accade quando il piano viene "toccato" e forse il "sé" potrebbe non essere niente altro che il tentativo da parte di un abitante del piano bidimensionale di dare un nome alla mano che non può vedere.
Ci tengo ancora a sottolineare che questa è una metafora speculativa e non una teoria verificata. La fisica di oggi non richiede di spiegare la coscienza con una quarta dimensione spaziale e la neuroscienza lavora con modelli locali, dinamici e informazionali riconosciuti. Ma il valore di questa ipotesi sta nel fatto che ci costringe certamente a riformulare la domanda: non più "dove si trova la coscienza?" ma "in quante dimensioni dobbiamo pensare una relazione perché essa possa apparire dall'interno come esperienza?"
Nel mondo bidimensionale di Flatlandia il mistero non è il piano, il mistero è quello che il piano non può contenere e da cosa può essere attraversato. E forse la coscienza è proprio questo: non una fuga dalla materia, ma una materia attraversata da una geometria più grande di quella che la nostra geometria conosciuta può descrivere.